04/02/2016, 20:37



Certe-Periferie


 Più le strade sono strette, più sono umide e fredde: budelli che ti sputano fuori, soprattutto se le mura intorno sono un’alternanza di pietrisco cadente ed intonaco chiazzato, ingrigito da anni di abbandono, mentre il vento come in un vortice vi tra



Più le strade sono strette, più sono umide e fredde: budelli che ti sputano fuori, soprattutto se le mura intorno sono un’alternanza di pietrisco cadente ed intonaco chiazzato, ingrigito da anni di abbandono, mentre il vento come in un vortice vi trascina cartacce, avanzi di spazzatura sempre mal riposta, sempre mal raccolta. 
Luoghi di passaggio, tra una piazza transennata ed una strada a senso unico, mentre qualche auto che passa indifferente ti costringe a farti più sotto a quelle mura che ti sporcano anche se non le sfiori, e non trovi riparo, neanche alla vista. 

Nessuno si ferma a baciarsi qui, nessuno indugia in una telefonata magari colpevole, di quelle che cercano riparo da orecchie pettegole; i gatti certo che sì: ma i gatti, come i predatori, si sa cosa vanno cercando. Finanche la Madonna di quell’edicola votiva non ti conforta, come i fiori appassiti che qualche mano devota di culto e bucato han posato. 

Le periferie di certe città son così: ed io le conosco queste  periferie. 
Ne respiro l’aria. Aria viziata. Vicoli senza luce, come molte vite che mi passano accanto, incroci giornalieri, scontri violenti che ti solcano l’anima, costringendoti alla resa dei pensieri. 
Dov’è il sole?

Io le guardo le facce di questa gente che ha la mia stessa pelle; le osservo, nascosta dietro occhiali da sole  privilegiati, su occhi impietosi e troppo spesso sfuggenti. Riconosco una stanca rassegnazione, e quasi mi interroga, spaventandomi, questo abbrutimento di giacche consunte, barbe incolte, ragazzine ancheggianti, belle più di quanto sanno, e per poco. 

Mi invade e mi fa male il grigiore dello sguardo, il peso del trucco, la miseria di giorni rifugiati in slot machine di bar troppo affollati a nascondere automi e la loro vita ridotta a puntate: la chimera di un  jackpot o di  un terno secco, magari sulla ruota di Venezia. E che bella Venezia!  
È la mia gente, e decade ogni giorno di più  in un vocìo disordinato  di passi e privazioni, feste patronali colorate di poco, turni ai centri commerciali, mostri di lamiere brutti fuori, pacchiani e scintillanti dentro: il paese dei balocchi a cui si è venduto l’ultimo respiro dell’anima; il  part-time che è "sempre meglio di niente" e l’impulso  all’ossequio di chi promette e che ti compra, con poco, con sempre meno. 

Dove si sono addormentate, quando si sono placate  le voci di una provincia viva, quelle da cui nascevano idee, istinti di ribellioni, fermento e fuoco? La gente mangia male, eppure non ha più fame. Non sembra più affamata di sogni e poesia: quella forza randagia che trasformava le  chiazze del muro di quel vicolo senza luce in fumetti fantastici, racconti di rivoluzioni e rivalse dal finale mai scontato. Pagine di vita da scrivere. 

Le periferie, queste periferie che oggi vomitano veleno dalla terra erano passato e futuro, mentre il presente volava sotto i piedi. Erano   stimolo e sperimentazione, ritorni senza partenze, l’oasi dal caos e la terra (la terra!), il cortile; storie di anziani più anziani che altrove, più consumati e più saldi. 

Radici orgogliose.nIo le vedo, oggi, le rughe di chi anziano non è: i solchi abbrutenti, retaggio di piani regolatori che hanno mortificato il passeggio ed il paesaggio. Formicai con identità schedate da una parte, qualche giardinetto sparuto e sopraelevate che sputano smog nei piatti della gente e tra le loro paure, compagne di vita, e mi sembra l’immagine di una cartolina che nessuno invierà. 

Eppure, anche in queste periferie, certi tramonti striati di arancio e di rosso in un giorno qualunque intossicato dal fumo e dai  niente, possono lasciare senza fiato,  e la luna quando si impone maestosa e materna o delicata in uno spicchio accennato,  è la stessa che riflette la sua luce sui mari, muovendo pensieri alla grazia ed alla contemplazione: e allora maledico una, due, tre, mille volte le mani criminali che hanno rubato la bellezza e la salute a questi luoghi, condannandoli all’inferno che c’è. 

Perché la bellezza, come la poesia, nutre, cura, accarezza, salva. Perché solo la bellezza e la poesia possono ancora salvarci. 
Le periferie, certe periferie, queste periferie, sono state massacrate dall’incuria e dal  degrado. E con esse la mia gente.


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