03/02/2016, 21:01



Schiave-di-letto-


 Ci penso spesso a quanto il destino possa deviare, cambiare corso, ponendo di fronte a responsabilità e scelte, talvolta imposte, talvolta necessarie ma che fagocitano tutto: sogni, ambizioni ed il diritto, sacrosanto, ad occupare un posto nella soci



Ci penso spesso a quanto il destino possa deviare, cambiare corso, ponendo di fronte a responsabilità e scelte, talvolta imposte, talvolta necessarie ma che fagocitano tutto: sogni, ambizioni ed il diritto, sacrosanto, ad occupare un posto nella società.
 
Accade che un genitore si ammali o non sia più autosufficiente e qualcuno, tra i parenti più stretti, si assuma il carico dell’impegno quotidiano della cura, incerta nella sua declinazione, tendenzialmente lunga. Accade che per lo più sia una figlia, una nipote: la femmina. Ed accade che in quel momento lei cominci lentamente a scomparire, di un impegno silente, continuo, gravoso, che non lascia spazio a molto altro. 
Le donne sono sempre quelle che pagano il prezzo più alto, portando croci sulle spalle che nessuno alleggerisce. Perché è difficile essere donna a qualunque latitudine ed in qualunque società, anche la nostra, apparentemente evoluta, assistenziale. Perché è difficile esserlo se non hai un lavoro, l’indipendenza economica. Perché è difficile trovare un lavoro se non hai le energie necessarie e la forza di affrontare spese, odissee tra curriculum e dinieghi preventivati. Perché è ancora più difficile pretenderlo, se sei fuori dal mercato da anni ed hai la responsabilità di un genitore malato che necessita di assistenza quotidiana, costosa, impossibile da delegare a terzi. 

Mi sono fatta raccontare, ho osservato che cosa può diventare la vita accanto ad un parente affetto da disturbi neurodegenerativi o immobilità motorie, in quelle case che hanno tutte l’odore inconfondibile di pomate e di alcool, pile di medicinali riposte sul comodino vicino al letto, insieme alle foto di santi e madonne. Odore di stanze troppo abusate, di pannoloni, di aria che non ripulisce dalle imprecazioni e dalle attese. E di solitudini laceranti al chiuso delle stanze. Piaghe dell’animo nelle pieghe dei corpi.

Le ore della giornata sono lenzuola da cambiare, pranzi e cene da imboccare su labbra che fanno smorfie involontarie, passeggiate nei corridoi, avanti ed indietro, nei girelli e sotto le braccia allenate; corpi da uccellino da rigirare nei letti, o corpulenti come quello di un padre che conserva la sua stazza maestosa, il principe azzurro di un tempo per quella figlia infermiera. E la notte che non dura mai una notte, fatta di incubi che squarciano i sogni con i lamenti a cui non ci si abitua. 
La tabella di marcia di una vita nella prigione della malattia è scandita da medicamenti, flebo, farmaci ogni due ore, ogni 4, ogni 8, segnate su calendari un po’ storti insieme alla data di scadenza dell’IMU; bomboloni di ossigeno da trascinarsi dietro, riti burocratici tra "carte" per la pensione e la farmacia sotto casa, senza borsa "che sono solo pochi passi". 
L’amore non basta: non basta a sostenere l’inversione dei ruoli, lo sguardo perduto e vuoto di chi si ama, quei silenzi che svelano l’assenza in cui fatichi a riconoscere una madre, le fragilità, i pianti, la perdita di pudori; le urla e l’aggressività pretenziosa. Perché gli anziani malati, i malati già anziani sono spesso egoisti e prepotenti. Cattivi. Perché non è quasi mai vera quella storia per cui, il dolore e la sofferenza rendono migliori e più forti. Perché chi vede fuggire la propria vita, strappata dalle carni e dalla memoria non è sereno: è terrorizzato, sconvolto. E’ arrabbiato.

E così, in quella casa, si consumano due esistenze, di cui una diventa funzione dell’altra, fuse: una, viva, ogni giorno sempre meno, che cerca di frenare la corsa alla morte biologica dell’altra, che intanto le succhia il respiro e l’alito. Paradossi sociali per cui il malato è spesso l’unico in quella casa ad essere vivo economicamente, a percepire il riconoscimento ed un sostentamento, mentre la badante/infermiera/figlia è un fantasma senza posizione che, quell’impegno totalizzante, il letto che accudisce, rende per amore e per imposizione di fatto una schiava.

Ed intanto il tempo fugge via, come dal finestrino di un treno: veloce.

"Quest’anno spero che ci sia una svolta per me" mi ha detto Annabella qualche giorno fa. Colta intelligente, si prende cura da 7 anni di una madre malata di Alzheimer con forza, dedizione ed amore. nnLo stesso amore con cui sogna, ancora, un futuro per lei.


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