10/04/2016, 18:45



La-redazione


 Dopo il rituale propiziatorio nel Tempio con mia sorella Ippolita, l’altra regina delle Amazzoni, eravamo pronte per la battaglia con Teseo. Sarebbe stata dura, lo sapevamo, ne andava della nostra stessa esistenza di femmine libere e con esse della d



Dopo il rituale propiziatorio nel Tempio con mia sorella Ippolita, l’altra regina delle Amazzoni, eravamo pronte per la battaglia con Teseo. Sarebbe stata dura, lo sapevamo, ne andava della nostra stessa esistenza di femmine libere e con esse della dignità di Madre Terra. 
Correvamo sui nostri magnifici destrieri verso Atene e... non so cosa sia successo ma mi sono ritrovata in questo strano luogo, con odori sconosciuti, con oggetti ignoti, in compagnia di altri più spaesati di me. 

Le nostre lingue diverse non consentivano di capirci, di superare lo sbigottimento. L’unica altra donna lì presente mi dava l’impressione di una compagna amazzone, seppure raffinata, con un alone di conoscenze e saggezza, ma anche lei apparteneva a tempi e luoghi diversi dai miei. Ho capito che venivo da tempi più antichi, perché lei conosceva la mia lingua mentre io non comprendevo la sua. 
Mi ha riconosciuta e, meravigliata, mi ha raccontato strane storie che girano, nel suo tempo, su di me.
  
Che sarei morta sul campo di battaglia e sarei stata seppellita vicino al Tempio di Madre Terra oppure che sarei stata presa da Teseo e costretta ad essere la sua concubina. Figurarsi questo è difficilissimo, so che mi sarei data la morte.

Poi mi ha detto che anche a lei era successa questa stranissima cosa di ritrovarsi, all’improvviso, da un’altra parte mentre, sul terrazzo della sua casa di Alessandria d’Egitto, tracciava la linea della terra, la sua traiettoria intorno al Sole, un’ellisse. Aveva impiegato anni di studio sui papiri della Biblioteca e di osservazione degli astri per comprendere. 

Lo sapevo che era colta, me ne ero accorta subito. Intanto ci stava ascoltando, come se ci capisse, un tipo serio, con la faccia da guerriero ed un sorriso stanco da combattente sconfitto. 

Lo sguardo intelligente, fiero, di chi sa che, pur avendo perduto la sua battaglia, aveva combattuto per la Libertà e la Giustizia. Portava con sé il colore tufaceo della sua terra, che in qualche modo ho riconosciuto. Il suo idioma aveva delle assonanze con la mia lingua e con quella di Ipàzia. 

Ci ha fatto intendere che era nel pieno di una battaglia quando si è ritrovato qui. 
C’era poi un tipo strano, bruno; sembrava un vagabondo, un aedo d’altri tempi ed altri luoghi. La sua era una lingua musicale, bella, piena di suoni e colori di altri popoli.

Ci ha descritto a gesti che anche a lui era capitata quella strana cosa mentre era su un sentiero in una foresta umida, intricata e stava andando in un villaggio magico, Macondo, ripeteva, Macondo. E poi Rio delle Amazzoni, Rio delle Amazzoni. Mi chiedo se non sia un po’ matto, noi non abbiamo mai dato il nostro nome a nessun rio, non abbiamo diritto sulle cose di nostra Madre Terra.

Non me ne ero accorta, ma ci guardava con un sorrisino ironico e leggermente sprezzante, un signore vestito in maniera stranissima, irrigidito dentro degli indumenti che non si capisce se siano da battaglia o da divertimento, con in testa un oggetto che non è un elmo: a che servirà mai? Mr. George Lusk, dice e lo zingaro Melquìades fa una faccia allarmata, ci guarda e sbotta: la perfida Albione, lo sapevo, anche qui la perfida Albione.
 
Mr. Lusk non si scompone, prende una cosa che somiglia ad una piccola pergamena e traccia dei segni: 1888, Londra, come se per tutti noi fosse ovvio e chiaro quello che volesse intendere. In un angolo della stanza intravedo poi un ragazzo magrissimo, con il volto segnato da una precoce consapevolezza della vacuità delle cose, ma negli occhi un lampo di ironia e divertimento.

Ci osservava tutti dall’inizio ed ora viene avanti. Sono il giovane Holden, dice rivolto a Mr. Lusk. Ero a New York, cercavo mia sorella Phoebe, le avevo dato appuntamento al Museo di Storia Naturale e mi sono ritrovato qui. 
Mr. Lusk ed il giovane Holden si comprendono, parlano la stessa lingua, per noi, più antichi,  completamente estranea; pare che sia la lingua usata dalla maggior parte degli abitanti di questo continuum: schematica, semplificata, efficiente. Il suono non è sgradevole, ma il tono con cui viene usata dà la sensazione della lingua del comando. 

Non ho sentito altri linguaggi qui: l’eccessiva povertà di idiomi di questo mondo denuncia la povertà dell’animo dei tempi, secondo me. Sognano poco qui, sorridono poco.nSpero di tornare tra le mie compagne quanto prima, la battaglia con Teseo va assolutamente vinta. Qui ho intravisto cosa significherebbe per Madre Terra una nostra sconfitta.


1
Create a website