10/04/2016, 18:37



“NI-UNA-MÁS”


 La storia che vorremmo cambiare Questa è una storia che non vorrei raccontare e che nessuno vorrebbe ascoltare.



Questa è una storia che non vorrei raccontare e che nessuno vorrebbe ascoltare. Una storia recente ed oscura, diventata simbolica nella ferocia cruda ed estrema che la connota, della violazione dei diritti minimi di tutela della dignità umana. 

Questa è la storia di Marcela che lavorava nelle maquiladoras, di Marisol che ha provato a denunciare l’orrore. Ed ancora di Lilia Alejandra, Guadalupe, Angelica, che questa storia non potranno mai raccontarcela. E’ anche una storia di povertà, di migrazioni, di droga, ma è, soprattutto, una storia di violenza di genere: di femminicidio.

Questa storia comincia a Ciudad Juárez e, se l’inferno potesse essere associato ad un luogo avrebbe certamente casa qui, nello Stato del Chihuaua (Messico), in questa città soleggiata, brulicante frontiera verso gli Stati Uniti, al confine, tra le rive del Rio Grande e del Rio Bravo.

Uno di quei luoghi che ci riporta alla memoria le cavalcate dei film western, montagne brulle che si fondono all’azzurro del cielo, gli sceriffi, le carovane, le corse all’oro. 

La fantasia si ferma davanti alla realtà che ne fa, invece, uno dei posti più pericolosi al mondo, crocevia di traffici umani e di droga. Luogo di demarcazione e passaggio. Frontiera della violenza più sanguinaria.  A Ciudad Juárez vige la legge della prevaricazione: la legge del più forte, che tutto può e tutto compra, anche l’impunità. 

I più forti qui sono le multinazionali, vista l’enorme concentrazione di fabbriche di assemblaggio nelle quali l’80% della manodopera è composta da giovani donne provenienti dall’intero paese, povere, mal qualificate e pagate miseramente ed i "signori" della droga, che gestiscono un giro miliardario di traffico di cocaina, circa 300 tonnellate che ogni anno penetrano, attraverso questo passaggio, dalla Colombia agli Stati Uniti.  

Interessi economici e guerre di narcotraffico, affari e connivenza tra autorità locali e bande criminali, in mezzo ai quali finiscono stritolati sogni e speranze di migliaia di migranti latini che qui cercano accoglienza, lavoro ed il "passaggio" verso una vita migliore.  Ma c’è di più, e di peggio. nJuárez è considerata per tutti "la città che uccide le donne". Ogni giorno qui scompaiono 1,5 donne, praticamente tre ogni due giorni. Giovani ragazze, tante, anche bambine, rapite e sequestrate, in molti casi "desaparecidas" o rinvenute cadaveri nei campi e nelle discariche che circondano l’agglomerato urbano. Cadaveri orrendamente mutilati, con evidenti segni di torture e violenze sessuali. 

Manichini nudi e martirizzati.  Omicidi efferati che perdurano da oltre 20 anni nell’indifferenza generale e nella acquiescenza sociale, rimasti impuniti quasi totalmente, di cui ancora non si svelano le origini, collegati a diverse ed agghiaccianti ipotesi di movente quali riti satanici, commercio di organi, snuff movies (video amatoriali che riprendono torture culminanti con la morte della ’protagonista’). 

Sacrifici umani in nome di un non identificato profitto. Rituali macabri di cui le donne, ed il loro corpo, diventano interpreti obbligate e protagoniste involontarie. Ossessioni di una cultura maschilista che qui, più che altrove, odia le donne.

"Ni una muerta más!" è il grido di dolore delle madri, che urlano la loro pena, il diritto alla giustizia e alla vita di queste figlie violate, calpestate, offese. 

"Non una di più" scrivono sui cartelli che espongono per le piazze, ad attirare attenzione oltre i confini dell’inferno. E sono le donne ad alzare la voce, sole e disperate, ma coraggiose come solo le donne sanno essere, impavide nella volontà di cambiare la storia, nel denunciare crimini e responsabilità.

Come Susana Chávez, la poetessa che ha coniato lo slogan; un’attivista dei diritti umani che ha dedicato la sua giovane vita a battersi contro questa cultura di morte e di prevaricazione, ed il cui corpo seminudo è stato rinvenuto una sera per la strada, un sacco di plastica nera sulla testa, una mano mozzata: senza vita, senza voce. E senza più poesia.  

Come Maria Elisabeth, che a Juárez faceva la giornalista e non ha potuto tacere di denunciare traffici illeciti e corruzione delle autorità locali. Capelli lunghi e sorriso dolcissimo, Marisol, come la chiamavano, l’hanno decapitata in una sera di settembre del 2011. Ancora una volta come monito a quante provano a sfidare lo status quo.

Questa è dunque anche una storia di resistenza. E da Juárez si sposta ovunque una donna viene uccisa per mano di un uomo, o per degenerazione collettiva; ovunque il potere maschile usato come forma di controllo, culmina con l’abuso e la sottomissione del genere femminile; ogni volta che c’è un progetto misogino tacitamente favorito da una società complice, stupri commessi come armi di offesa, spose bambine, lapidazioni senza processi. 

Perché la misoginia non ha confini: è un linguaggio di potere, il più antico, e, come tale esportabile, trasversale a tutti gli ambiti sociali, culturali, religiosi. Ed è per questo che la lotta contro la violenza sulle donne deve essere globale, condivisa: deve partire da Juárez, dal Messico, e deve passare per la Nigeria, l’Afganistan, la Cina fino ad arrivare a Colonia o Roma.  

Io non voglio dimenticare Susana, Marisol e tutte le donne tolte a quella vita che il loro grembo genera, il loro sacrificio. E voglio onorare ogni giorno non il loro coraggio, ma la loro paura. Sentirmela addosso, come una preghiera. Perché la paura, più che il coraggio connota gli eroi: quelli che nonostante la consapevolezza del pericolo a cui si espongono non esitano ad abbracciare la propria croce.

Nella bara di Susana, sono stati posati i versi di una sua poesia. 
Adesso nostra.

"Sangue mio, di alba, di luna tagliata a metà, del silenzio. Sangue chiaro e nitido, fertile e seme. Sangue che si muove incomprensibile, sangue liberazione di se stesso. Sangue fiume dei miei canti, mare dei miei abissi. Sangue istante nel quale nasco sofferente. Nutrita dalla mia ultima presenza." 
Che la terrai ti sia lieve.



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