25/02/2016, 13:30



L’impervio-tragitto-verso-i-beni-comuni--di-Jacques-Paysan


 "I Pirenei. In effetti, non sono poi così alti: il loro profilo appare con delle delicate incurvature; qui e là, dei crinali affilati e quelle vette tutte arrotondate. Quasi fosse della musica che il gelo ha fermato in questo Paese d’altura".



"I Pirenei. In effetti, non sono poi così alti: il loro profilo appare con delle delicate incurvature; qui e là, dei crinali affilati e quelle vette tutte arrotondate. Quasi fosse della musica che il gelo ha fermato in questo Paese d’altura". 
(Kurt Tucholsky, giornalista e scrittore tedesco, 1927). 

Ci troviamo sul Col de Peyreget, dove un piccolo cartello ci dice che siamo a 2.320 metri sul livello del mare. Non tanto in alto, ma sono comunque a corto di fiato. Forse non a causa della salita, ma per gli effetti dell’alta quota. Non riesco a vedere le cime arrotondate: sonnecchiano dietro la foschia del mattino. Un profumo di timo e di erba umida è nell’aria. In lontananza, risuonano i campanacci di un gregge. "Guarda" dico, indicando giù a valle. Lei rivolge lo sguardo in lontananza. "Lenvedi?" chiedo. "Le pecore! Le pecore di Garrett Hardin". Leinsbarra gli occhi. "Garrett Hardin?", risponde. "Non ricordarmi Garrett Hardin! Sono in vacanza"- e s’incammina giù per il sentiero.

La guardo scendere e mi viene da ridere. Quando ci siamo incontrati, non avevo mai sentito parlare di Garrett Hardin o dei pastori da lui descritti che, a quanto pare, avevano cercato di massimizzare i profitti portando sempre più bestiame al pascolo fino al punto da distruggerlo del tutto: la famosa "tragedia dei beni comuni". "Beni Comuni?" Non avevo idea di cosa fossero.

Guardo di nuovo le pecore e bevo un sorso d’acqua dalla mia bottiglina. Quindi la seguo. Il mio punto di vista sul mondo è profondamente cambiato rispetto alle nostre prime conversazioni sui beni comuni. Ora ho un’idea più articolata di cosa sono encosa significano.

Arrivarci è stata dura. In confronto l’escursione al Peyreget è stata una passeggiata. La differenza tra risorse e beni comuni è stato l’aspetto più difficile da afferrare. Questo processo di comprensione mi ricorda un po’ l’illusione ottica di quell’immagine che si può vedere sia come due volti opposti di profilo siancome un vaso. L’immagine preminente sembra nascondere il contorno complementare dell’altra alla nostra percezione: fin quando non la decifriamo! Dopo, riesce facile vederle entrambe. Non è straordinario? I beni comuni offuscati dagli equivoci, come i crinali dei monti dalla nebbia.

Quindi, cosa sono i beni comuni? Un pascolo dove tutti i pastori si ritrovano a pascolare le loro pecore? No? Il patto sociale che regolamenta l’accesso delle pecore al pascolo? A quel punto mugugnai, sconfortato. Cosa si riteneva che fossero? Forse una relazione sociale brucata dalle pecore?

Ci arrivai all’improvviso quando considerai un esempio di bene comune che ha poco a che fare con la politica e le pecore: l’arrampicata su roccia! Mi fermo e ascolto. Guardando la parete di roccia alla cui base facciamo la nostra escursione, sento il fragore dei moschettoni e i richiami degli arrampicatori che sfidano la forza di gravità.

L’arrampicata un tempo era considerata uno sport estremo; oggi migliaia di persone scalano pareti naturali ed artificiali. La montagna e la via d’arrampicata sono la risorsa. Gli scalatori sono i comuni cittadini che hanno autonomamente concordato una serie di regole: codici di condotta e gradi di difficoltà dell’arrampicata. Un processo non semplice e certamente non senza conflitti. Ma le differenze sono state superate. Essi si prendono cura dei percorsi, prevedono ancoraggi stabili per impedire cadute pericolose, tracciano nuovi percorsi e gli danno nomi originali. Cercano anche di risolvere i conflitti con gli ambientalisti attraverso il consenso, talvolta con il sostegno delle autorità.

Non esistono diritti di proprietà o brevetti. Al contrario, i più esperti si inventano sempre nuove vie e su di esse invitano altri a misurarsi. Una regola importante è: "Non lasciare tracce! Consentire agli scalatori futuri di trovare il percorso nelle stesse condizione in cui loro lo hanno trovato". Alcuni percorsi sono molto famosi, come il Nose su El Capitan nel parco nazionale dello Yosemite in California. Tra migliaia di anni, quando gli scalatori saranno estinti, queste formazioni rocciose e qualche chiodo di ferro rimarranno. Però non saranno più un bene comune, perché bene comune è il rapporto sociale: lo sport dell’arrampicata su roccia! Non la risorsa stessa, la roccia. Se nessuno si arrampica, non esistono più beni comuni. Senza la pratica del ’mettere in comune’ scompare il concetto stesso di bene comune!

La mia compagna intanto si è allontanata di molto e dovrei affrettarmi per raggiungerla. Invece, inciampo nei sassi, perso in riflessioni filosofiche. Ma i beni comuni mi hanno aperto gli occhi. Eccome!

Oggi, vedo beni comuni ovunque. In ogni parco dove le persone giocano a bocce, o quando godono di un bicchiere di vino e conversano. Alle sorgenti a Baktapur, dove le donne nepalesi formano lunghe file con le loro brocche, riempiendole di acqua secondo regole a noi ignote. Quando vado a pesca con mio figlio, o parlo con i medici di telemedicina satellitare e di come potrebbe esser d’aiuto a un medico in Africa centrale avvalersi della perizia dei suoi colleghi occidentali se solo si fosse organizzato l’accesso a questa competenza sotto forma di bene comune e non come modello di business. Il caleidoscopio dei beni comuni è variegato e la lista delle possibilità che intravedo cresce a dismisura quanto più ci penso.

Giù a valle, le pecore belano. In quanto essere razionale, scrisse Hardin nel 1968, ogni pastore cerca di massimizzare il suo guadagno. Come se il pastore fosse più stupido delle pecore. Come se lui e i suoi colleghi non fossero in grado di raggiungere un accordo sulle regole che garantisse un modo sostenibile di utilizzare il pascolo nell’interesse di tutti. Quanto bizzarro mi sembra oggi questo corto circuito del pensiero: ci rende ciechi di fronte al fatto che le persone vogliono cooperare, purché gli altri facciano lo stesso. L’infelice immagine di un pastore avido ci preclude la visione dei beni comuni, come l’immagine preminente dei volti ci impediva di vedere la figura del vaso.

Ricordo una frase che scrissi quasi venti anni fa nella mia tesi di laurea: "Fin da quando Charles Darwin ipotizzò nel 1871 che l’uomo e la scimmia discendevano da un antenato comune, l’uomo ha cercato di definire la differenza principale tra lui e la scimmia". A quel tempo, mai avrei pensato che anch’io mi sarei cimentato a trovare questa differenza. Oggi la soluzione mi sembra molto semplice: la troviamo nell’area di Broca, la regione del cervello legata alla produzione del linguaggio, che esiste solo negli esseri umani. E la lingua è lo strumento più importante per la cooperazione. Ogni verme con il suo cordone nervoso può competere, e lo fa ’solo’ per un buco nel terreno. Ma ciò che distingue gli esseri umani dagli animali è la capacità di cooperare coscientemente al più alto livello di perfezione.

Nel tentare di raggiungere la mia compagna, inciampo e finisco malamente su di un cardo. Ogni cosa a suo tempo, penso, e mi siedo sull’erba. La faccenda con lei è complicata e non posso certo risolverla durante un’escursione. Ci deve essere spazio anche per il gioco delle parti. L’attenzione esclusiva, per esempio, è materia di aspra contesa. Quando riconoscimento e sentimento entrano in gioco, la cooperazione spesso finisce bruscamente. In confronto ai problemi tipici di una relazione, tutta la problematica di come potremmo trattare algoritmi e melodie, ricette, letteratura e intuizioni scientifiche, la proprietà intellettuale, i diritti d’autore o anche di accesso alle spiagge e all’istruzione appare quasi un gioco da ragazzi. Ma chi ha mai detto che dovesse essere semplice?

A proposito di difficoltà! Abbiamo avuto discussioni animate su brevetti e diritto d’autore. Non molto tempo fa, avrei chiesto, infuriato: "Perché qualcuno dovrebbe beneficiare con uno spudorato copia-e-incolla di un mio testo?" Oggi penso: "Beh, perché no? Purché mi si citi correttamente quale fonte". Per quanto riguarda Tucholsky mi piace citarlo spesso - e poi i suoi lavori sono d dominio pubblico ormai, e quindi fuori dal giogo dei diritti d’autore, ormai estinti.

"Sopravvissuto alle montagne", scrisse nel 1927, "sopravvissuto alle arrampicate ed alle scalate. Mi ritrovo un piccolo fiocco di neve nel cuore, un embrione appena nato: il desiderio dei Pirenei".  

Tradotto per Kairos da Holden Caulfield. 
Titolo: My Rocky Road To The Commons. Quinl’originalenn


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